ItaliaOggi | Mercoledì 20 maggio 2009 Pagina 8 |
Rubrica NEODEM
MENO MODULI DI STATO E PIÙ LIBERTÀ IN ABRUZZO
di Pierluigi Mantini
In Abruzzo si apre una nuova fase, dall’urgenza dell’emergenza al governo dell’emergenza e del futuro. Le scosse sembrano diminuire, dalla lunga condizione di terremoto si è tecnicamente ora nella fase di “sciame sismico”.
Con cautela, sulla base dell’esperienza scientifica, si può iniziare a pensare e a programmare il vero obiettivo: quello del rientro, del ritorno ad una dolorosa e difficile normalità. Può apparire velleitario o addirittura provocatorio parlare di “rientro”, in una condizione segnata da molte macerie e non solo materiali.
Certo non si può pensare ad un ritorno ad una quasi normalità, anche se talvolta, da qualche spicchio di terra, il rigoglio della natura o lo speciale rosa del tramonto dietro il Gran Sasso possono concedere l’illusione che poco sia cambiato. È l’illusione di un momento, perché lo sgomento che accompagna le persone trova una sua brusca conferma appena lo sguardo incrocia le gru altissime che spuntano dal centro storico blindato o le macchie blu delle tende tra il verde dei campi.
Eppure, dinanzi alla drammaticità eloquente dei fatti, c’è qualcosa che non ci convince nel gigantismo dell’intervento pubblico in atto. Gigantismo mediatico, di promesse, di presenze politiche, di Capi di Stato del G8, di espropri.
L’aquilano ferito, ma non abbattuto, come il motto “nec recisa recedit” che campeggia nella Caserma della Guardia di Finanza, sembra perplesso ed estraniato dinanzi a questa girandola di numeri e di effetti speciali.
Però, mentre si affollano le visite di strani personaggi di servizi di sicurezza di mezzo mondo e procedono alacremente i lavori per il G8, ci sono alcuni fatti che non si vedono.
Il decreto legge in via di conversione al Senato è stato migliorato ma non si vedono ancora coperture efficienti delle risorse né liquidità. Gli indennizzi per le attività produttive sono incerti e ancora affidati ai “crediti di imposta”, inutili per attività che avranno ben poco “debito di imposta” e inadeguate a rigenerare il tessuto produttivo. Non c’è la “zona franca” o comunque un regime anche parziale di detassazione che possa attrarre investimenti e risorse. Non è chiara la gestione delle gare e degli affidamenti e crescono i primi pericolosi sospetti.
Gli albergatori della costa, che ospitano 35.000 aquilani (20.000 in alberghi e il resto in residence, villaggi, campeggi, bed and breakfast) non hanno ancora ricevuto il pagamento delle due prime fatture e nulla sanno circa l’orizzonte temporale di questa permanenza che ovviamente incide pesantemente sui flussi turistici, con notevoli danni indiretti anche per la stagione 2010. La nuova convenzione tra albergatori e Protezione Civile dovrà dare certezze.
Ma ciò che turba i cittadini del terremoto è il maxipiano di esproprio che si è abbattuto in questi giorni sul territorio. Un piano di espropri gigantesco, che occupa valli e pianure meravigliose, con un disegno spesso contradditorio che non bada alla “proporzione tra il sacrificio dei privati e l’interesse pubblico” (Corte Costituzionale 155/1995), nega qualsiasi possibilità di iniziativa privata per fare residenze di qualità, espropria ettari di orti dei residenti confinanti con terreni già di proprietà comunale che restano invece intatti.
Un mega-piano confuso anche sul piano delle motivazioni urbanistiche, assai generiche e modeste, che si autodefinisce ora “piano esecutivo ad iniziativa pubblica”, ora “piano strategico”, soggetto a nuove revisioni e intese e che prevede una densità bassissima (inferiore a 150 abitanti per ettaro), con un enorme consumo di territorio.
Gli errori tecnici sono notevoli ma qui è sufficiente sottolineare due questioni. La prima è che, poiché non si tratta di alloggi provvisori ma di “moduli abitativi durevoli”, ossia di interi nuovi quartieri e centri urbani, dovrebbe essere chiaro che le città non sono costruite dal pubblico ma dai privati. Con le professionalità dei privati, i developer, i fondi istituzionali e privati, la cultura urbanistica e architettonica con indirizzi e controlli pubblici. Si sta tentando di fare il contrario, di costruire L’Aquila del futuro secondo un disegno imperialista di moduli pubblici.
La seconda questione è collegata alla prima e consiste nell’eccesso di casette ossia nel sovradimensionamento dell’offerta. Dai sopralluoghi fatti al 17 maggio risulta inagibile circa il 30% degli edifici (sommando le categorie E e F) ossia poco più di dodicimila edifici. Ma non tutte sono “prime abitazioni” e non è affatto preciso il fabbisogno reale.
C’è chi ha una seconda casa, chi preferisce trasferirsi per qualche anno in un’altra città, chi più semplicemente accetta l’ospitalità di un parente… E poi ci sono 1000/1500 appartamenti sfitti nel comune di L’Aquila e costruttori e proprietari lodevolmente intendono metterli a disposizione, attraverso un fondo. E ci sono migliaia di appartamenti sfitti nella provincia, che pure potrebbero essere utilizzati e dopo settembre tornano liberi gli alberghi…
Sono stati interpellati gli aquilani su cosa preferiscono fare della loro vita e del loro futuro? Preferiscono attendere il tempo necessario e tornare alla loro città o vogliono vivere il resto della loro vita nei “moduli abitativi” di Stato? O preferiscono poter scegliere tra soluzioni e offerte diverse?
Grazie a tutti, ora a L’Aquila vogliamo meno Stato e più libertà.

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