giovedì 4 novembre 2010

Manuale per una politica cattolica.

La diaspora degli eredi della Dc ha portato all’esclusione di Dio dall’ambito pubblico. Ecco il vademecum dell’arcivescovo di Trieste per ricostruire l’“unità possibile” andata perduta. Oltre i facili moralismi sui leader “peccatori” di Giampaolo Crepaldi Da Tempi, 21 settembre 2010


L’espressione politica dei cattolici in un solo (o prevalente) partito dipende da un giudizio prudenziale di convenienza, non è una necessità assoluta, ma non deve nemmeno essere
demonizzata come sbagliata. Le forme della presenza politica diretta sono oggetto di deliberazione, tenuto conto delle esigenze del tempo. Perfino nel caso del Partito popolare italiano e della Democrazia cristiana c’erano visioni diverse, non solo tra i politici cattolici ma anche nelle gerarchie ecclesiastiche. Ci sono due estremi opposti da evitare. Da un lato l’appartenenza obbligata ad un solo partito come se si trattasse di un dogma di fede e come se questo partito non portasse avanti un programma politico ma un programma religioso, dall’altro la diaspora, ossia l’altrettanto dogmatica tesi della negatività di qualsiasi forma di unità e raccordo politico dei cattolici. Il primo atteggiamento non tiene conto della legittima discrezionalità del giudizio sull’appartenenza politica e stabilisce un nesso diretto ed obbligato tra appartenenza ecclesiale ed appartenenza partitica. Il rischio è che si faccia coincidere partito e Chiesa, che si delegittimino automaticamente pensieri politici diversi espressi comunque da cattolici, che si trasferiscano dentro la comunità ecclesiale contrasti di tipo politico. La seconda separa nettamente l’appartenenza ecclesiale con le forme della presenza politica, tra le quali invece c’è un profondo nesso dato che anche nelle scelte politiche si giocano significati assoluti. Uno degli aspetti più negativi della diaspora politica dei cattolici è proprio questo: si perde nella coscienza comune la consapevolezza del fatto che nelle scelte politiche si giocano significati assoluti e quindi che la religione cristiana è indispensabile anche per l’instaurazione dell’ordine temporale. (…) La diaspora, quindi, esclude Dio dall’ambito pubblico.

Il criterio più convincente potrebbe essere quello della “unità possibile”, laddove l’aggettivo possibile ha due significati: affermare che l’unità è fattibile, e che la si attuerà secondo il responsabile giudizio prudenziale relativo ai tempi, alle situazioni e alle scelte in gioco, ossia per quanto possibile, ma comunque cercando di volta in volta il massimo grado. L’unità possibile, come ho appena detto, è anche importante come segno visibile della dimensione storica e pubblica della religione cristiana, elemento che andrebbe dimenticato se nessuno nella politica effettiva vi si rifacesse esplicitamente non solo a titolo personale ma anche di gruppo. Si potrebbe forse adoperare qui il motto: in essentialibus unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas. Sulle questioni fondamentali ci vuole unità, nelle questioni dubbie è lecito adoperare il libero giudizio personale, in tutto ci vuole la carità.

Se ci sono in gioco valori umani fondamentali – i princìpi non negoziabili – i cattolici in politica dovrebbero essere uniti e collaborare insieme non tanto per difendere una opinione cattolica o interessi confessionali quanto per difendere una verità e un bene dell’uomo. Si badi però che non c’è modo migliore di difendere la verità e il bene dell’uomo se non anche difendendo la proposta cristiana e non si deve denunciare di confessionalismo con troppa facilità la richiesta di riconoscimento pubblico per la religione. (…) Troppo spesso siamo indotti ad accusare di gentilonismo” la richiesta pubblica di diritti religiosi. Si tratterebbe di nuovi Patti Gentiloni con i quali i cattolici trattano sul piano politico per la salvaguardia di alcuni loro interessi anziché fare proposte politiche incentrate sugli interessi di tutti. Spesso si dice anche che si tratta, in questi casi, di immaturità politica. Però bisogna anche riconoscere che in tante richieste di riconoscimento pubblico del cattolicesimo ci sono implicite rivendicazioni di autentici diritti umani. Se invece si tratta di problemi aperti a più soluzioni o perché il bene lo si può fare in molti modi o perché riguardano situazioni in evoluzione o infine perché la conoscenza della realtà è complessa ed è impossibile poter scegliere senza incertezza, allora è legittimo il pluralismo delle opinioni. In tutto, comunque, il cattolico in politica non deve mai dimenticare di esercitare la carità, intesa non solo come un atteggiamento morale e spirituale che si aggiunge all’agire politico, ma che anche lo rischiara e lo anima dall’interno. La carità fa capire meglio i doveri politici, ci aiuta a chiarire la distinzione tra le cose fondamentali e secondarie. La carità fa amare, ma con ciò fa anche vedere, perché l’amore ci fa conoscere meglio la realtà amata. La carità è sempre connessa con la verità.

Una carenza dottrinale

È logico che una unità politica sulle questioni fondamentali ha bisogno di essere costruita a livello prepolitico, e che ci deve essere una unità culturale prima ancora che politica. Dal problema dell’unità politica si passa quindi a quello dell’unità culturale. (…) Se nella società i cristiani rinunciano a produrre cultura, o la producono in forme ambigue, è logico che i cattolici in politica troveranno maggiore difficoltà a conseguire una unità possibile. Quanto abbiamo detto colloca in un rapporto particolare l’azione dei cattolici in politica, la cultura che i cattolici sanno fare nella società civile e la vita della comunità ecclesiale. Se tra questi tre elementi non si costruisce nessuna continuità, vale a dire se si pensa che la comunità ecclesiale non possa e non debba fare cultura, se si ritiene che i cattolici non debbano essere presenti nella società singolarmente e in modo organizzato per animarla anche culturalmente, finirà che i cattolici in politica saranno lasciati a se stessi. (…) In altre parole: la possibile unità dei cattolici in politica comincia molto prima della politica. Quando si vede che cattolici che hanno responsabilità dirette nel campo legislativo assumono atteggiamenti diversi davanti a leggi che contrastano con la legge morale naturale e su cui il Magistero si è inequivocabilmente pronunciato, non solo loro devono fare un esame di coscienza, ma con essi l’intera comunità ecclesiale, perché significa che qualcosa non funziona nella continuità tra comunità ecclesiale, animazione culturale della società e militanza politica. Con queste riflessioni si tocca un argomento ancora più fondamentale, che tuttavia esula, in un certo senso, dall’impegno diretto del cattolico in politica, anche se ha su di esso un’influenza determinante. Dietro la diaspora dei cattolici in politica c’è tutto quello che ho detto qui sopra, ma c’è soprattutto, alla fine, una carenza di tipo dottrinale. Significa che la dottrina della Chiesa non è convenientemente promossa e recepita, che i pastori non vengono adeguatamente accostati, che i teologi non operano tenendo conto della loro funzione ecclesiale, che le università cattoliche non producono una coerente cultura cattolica, che le librerie cattoliche non fanno il loro dovere di evangelizzazione tramite la cultura, che i centri culturali cattolici non operano in coerenza con il Magistero. Certamente non può essere il laico cattolico colui che agisce in questi nevralgici settori, però è chiaro che egli ne è il terminale ultimo e che la confusione dottrinale impedisce una unità possibile dei cattolici in politica, anche perfino sulle questione connesse con i princìpi non negoziabili. Anche in passato, infatti, sbandamenti dottrinali hanno poi prodotto divisioni e contrapposizioni sul piano della cultura politica.

O il matrimonio o le coppie di fatto

Ci può essere il caso in cui nessun partito risponda alle esigenze fondamentali – i valori non negoziabili – del cattolico in politica. Dovrà egli (…) abbandonare l’impegno politico? In questo caso bisogna condurre un serio discernimento. Prima di tutto bisogna valutare se il contrasto del partito con i valori non negoziabili sia di diritto o solo di fatto. Facciamo un esempio, che come tutti gli esempi forse banalizza troppo, ma speriamo possa essere utile. Tra un partito che contemplasse nel suo programma la difesa della famiglia fondata sul matrimonio e il cui segretario fosse separato dalla moglie e un partito che contemplasse nel programma il riconoscimento delle coppie di fatto e il cui segretario fosse regolarmente sposato, la preferenza andrebbe al primo partito. È infatti più grave la presenza di princìpi non accettabili nel programma che non nella pratica di qualche militante, in quanto il programma è strategico ed ha un chiaro valore di cambiamento politico della realtà più che le incoerenze personali. Nel caso in cui invece tutti i partiti fossero di diritto contrari ai princìpi non negoziabili al politico cattolico non resterebbe che fondare un altro partito. A meno che le indicazioni espresse dalla Chiesa in svariati documenti siano aria fritta.

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