giovedì 4 novembre 2010

Buttiglione: Berlusconi e quella rivoluzione mancata

domenica 24 ottobre 2010

Vittadini pone la domanda giusta: se i famosi cinque punti di Berlusconi hanno illustrato le cose ancora da fare, perché Berlusconi queste cose ancora non le ha fatte? Ha avuto più di due anni dall’inizio della legislatura. Anzi, più esattamente, ha avuto quindici anni per realizzarle da quando è in politica e per gran parte di questo tempo è stato capo del governo.


I cinque punti ripetono infatti in gran parte quelle promesse di modernizzazione che ritroviamo nel programma iniziale di Berlusconi, quello del 1994. Nel migliore dei casi abbiamo perso quindici anni. L’effetto di vede: sono quindici anni che cresciamo (quando cresciamo) meno degli altri paesi europei.

Perché Berlusconi non ha mantenuto le promesse? Ci sono molti motivi.
Il primo è che è stato coinvolto (e si è coinvolto) in uno scontro senza esclusione di colpi contro la magistratura. Nei fatti la prima priorità non è stata risolvere i problemi del paese ma regolare i conti con la magistratura. In questa guerra è stato speso un enorme capitale politico, senza peraltro condurla a conclusione. In questo modo non si è fatta neppure la riforma della magistratura, che non si può fare a partire dai processi di Berlusconi.

È stato sempre più evidente nel tempo che i berlusconiani perdevano interesse e passione per qualunque cosa non fosse i processi di Berlusconi (e la televisione). Con queste priorità non si governa un grande paese.


Il secondo motivo è una evidente mancanza di cultura istituzionale. Il governo del fare non è mai riuscito a capire che governare non è la stessa cosa che dirigere una azienda e che un paese inceppato ha bisogno che si riformino meccanismi fondamentali amministrativi e costituzionali.

Faccio solo un esempio di scuola: in Spagna per trasferire risorse dai consumi agli investimenti e risanare il bilancio Zapatero ha diminuito del 5% gli stipendi dei dipendenti pubblici: sarebbe possibile una misura del genere in Italia? No, una giurisprudenza consolidata in materia di diritti acquisiti non lo permetterebbe. E se fosse davvero necessario? Bisognerebbe prima smantellare quel sistema di blocco.

Facciamo un altro esempio. In Italia non si fanno (non si possono fare) centrali per la produzione dell’energia. Ogni volta che ci si prova il Tar locale dà una sospensiva dei lavori su istanza di non importa chi. Bisogna prima rivedere le competenze dei Tar e/o incentivare una nuova giurisprudenza che ripristini la vecchia distinzione fra diritti soggettivi e interessi legittimi, che in sostanza vuol dire che se l’opera pubblica serve al paese si fa e se qualcuno ne viene danneggiato non si ferma l’opera, ma lo si risarcisce dopo.

Per sbloccare il sistema è necessario smontare i meccanismi di blocco. È necessaria competenza tecnica, pazienza, capacità di trattativa di compromesso. È necessario un clima politico di comprensione con l'opposizione, se non addirittura un governo di larga coalizione.


Il terzo motivo è una concezione muscolare della politica chiamata bipolarismo per la quale ogni accordo con l’avversario in nome del bene comune è diffamato come inciucio e si cerca di vincere a qualunque costo, anche usando la calunnia, la diffamazione, la menzogna come arma di lotta politica. Non è così che si fanno le riforme.

Il quarto motivo è che molte riforme si fanno contemporaneamente a Roma e a Bruxelles e l’Europa per tutto il tempo del primo mandato di Barroso è stata ferma, presa dal problema del rifiuto popolare della Costituzione e della formulazione e approvazione del trattato di Lisbona.

Adesso però l’Europa si rimette in movimento, ma l’Italia è troppo distratta da altre cose per dire la propria e fare sentire una voce autorevole. La crisi dello stato assistenziale l'abbiamo in comune con tutta l’Europa.

Non siamo più in grado di finanziare i sistemi di welfare che abbiamo costruito. Dobbiamo costruire nuovi sistemi di protezione sociale ancorati non più al rapporto stato-cittadino ma a quello persona-società con un ruolo solo sussidiario dello stato. Non sembra essere questo il cammino della nostra tormentata riforma federale.

È però difficile fare la riforma del welfare senza una contemporanea riforma fiscale. Nel momento in cui si chiede alle famiglie e alla società civile di farsi carico di compiti più rilevanti per ciò che riguarda istruzione e assistenza è necessario restituire loro le risorse necessarie diminuendo il carico fiscale e smantellando, corrispettivamente, gli apparati burocratici che oggi si occupano di questi settori. Un compito da fare tremare le vene e i polsi che il presente governo fino ad ora non ha nemmeno impostato.

Cinque domande a Berlusconi

Da Il Sussidiario.
Editoriale
Giorgio Vittadini

martedì 5 ottobre 2010

La fiducia ottenuta in Parlamento da Silvio Berlusconi ha consentito al Governo di assorbire il trauma della scissione di Futuro e libertà e ha permesso di allontanare, come era nell’auspicio dei più e come necessita il Paese, almeno per il momento, la prospettiva delle elezioni anticipate. Nello stesso tempo, ha però riattualizzato l’eterna domanda che accompagna i governi a matrice berlusconiana: il premier e il governo vorranno attuare il programma per cui sono stati eletti?

La domanda risuona particolarmente attuale perché il programma dei 5 punti, e alcune sottolineature in particolare, risultano di grande interesse per chi non fa della libertà uno slogan vuoto, ma la intende come libertà di costruire per il bene comune secondo i reali bisogni della gente, non mercificati, non dialettizzati come nei talk show, non banalizzati in un moralismo distruttivo “grillino”, “dipietrista” e di cattolici sottomessi a radicalismo chic.

Il premier ha parlato di quoziente familiare, di sussidiarietà e di federalismo fiscale, ha sottolineato i temi della libertà di educazione e della scuola, ha ricordato le infrastrutture necessarie per ammodernare il Paese. Si è preso l’impegno per interventi che sosterranno le grandi imprese di costruzione e daranno lavoro; ha sottolineato il ruolo fondamentale del Parlamento lasciando le porte aperte alla mediazione e ai contributi delle forze della coalizione e anche dell’opposizione; ha detto di voler fondare la nuova azione di governo sui programmi, senza dare alcuno spazio a rancori.

É un piano importante e condivisibile che, per essere attuato, però, chiede, su molti punti, una forte inversione di tendenza rispetto al passato. In questo Governo, come nei precedenti del centrodestra, la principale misura fiscale è stata l’abolizione dell’Ici, ma non gli sgravi per le famiglie. Riguardo all’istruzione non è stato mosso un dito per favorire l’effettiva parità delle istituzioni educative non statali, per renderle concorrenziali con le strutture pubbliche e vantaggiose per i conti dello Stato (anzi per due volte, nelle bozze di finanziaria 2008 e 2009, erano stati tagliati i finanziamenti per centinaia di milioni di euro alle scuole libere, ripristinati soltanto grazie a una forte mobilitazione di famiglie, politici e istituzioni). Di sussidiarietà, se non in alcuni interventi sul mercato del lavoro nel Libro Bianco del ministro Sacconi e in alcune enunciazioni ancora da attuare nel federalismo fiscale, non se ne è vista molta (per usare un eufemismo).

Per ciò che concerne le imprese, a fronte di molti proclami, hanno latitato gli interventi a favore della miriade di piccole e medie imprese, che costituiscono l’ossatura del nostro sistema economico, sono stati solo annunciati provvedimenti per sburocratizzare le procedure, mentre, il provvedimento per il made in Italy si è inceppato a Bruxelles. E per le infrastrutture vige la confusione: i “no-TAV” imperversano in Val di Susa e non si ha ben chiaro se sia prioritario il secondo binario su gran parte della rete ferroviaria o un faraonico ponte di Messina.

Ottenuta la fiducia, è giunto (di nuovo) il tempo per il Cavaliere di onorare gli impegni presi. Le incertezze precedenti non sono certo casuali. Piuttosto dipendono dall’impreparazione e dalla grave ambiguità culturale di parte della coalizione che, non solo nella componente finiana, è di fatto su posizioni radicali di destra, lontane da uno sguardo realista a ciò che capita nella vita sociale ed economica; dall’indecisione con cui sono condotte battaglie continuamente annunciate, come la riforma di una giustizia, inefficiente e pachidermica, lontana dalle esigenze della gente e inquinata da settori della magistratura ridotti a ideologica parte politica.

La domanda che si impone è: se non lo ha fatto finora, Berlusconi, attuerà, nel tempo che gli rimane, il programma che si è prefisso? La strada per farlo è approfondire la teoria e perseguire la prassi della “Big society” che si fonda su libertà e sussidiarietà e che è il programma attuato, con grande consenso popolare, in certe Regioni (vedi Lombardia) e che è divenuto il programma innovativo di David Cameron. Il premier deve accettare che un partito e una coalizione che si ispirano alla libertà non possono essere né onnivori, né di plastica, ma devono allearsi con chi esprime le energie più vitali, più originali e più radicate nella realtà sociale del nostro Paese e da sempre hanno come obiettivo il bene comune: tutte quelle realtà della società civile che ancora rappresentano lo zoccolo duro, positivo dell’Italia. A queste condizioni, ma solo a queste, si può evitare un altrimenti inevitabile declino.


Manuale per una politica cattolica.

La diaspora degli eredi della Dc ha portato all’esclusione di Dio dall’ambito pubblico. Ecco il vademecum dell’arcivescovo di Trieste per ricostruire l’“unità possibile” andata perduta. Oltre i facili moralismi sui leader “peccatori” di Giampaolo Crepaldi Da Tempi, 21 settembre 2010


L’espressione politica dei cattolici in un solo (o prevalente) partito dipende da un giudizio prudenziale di convenienza, non è una necessità assoluta, ma non deve nemmeno essere
demonizzata come sbagliata. Le forme della presenza politica diretta sono oggetto di deliberazione, tenuto conto delle esigenze del tempo. Perfino nel caso del Partito popolare italiano e della Democrazia cristiana c’erano visioni diverse, non solo tra i politici cattolici ma anche nelle gerarchie ecclesiastiche. Ci sono due estremi opposti da evitare. Da un lato l’appartenenza obbligata ad un solo partito come se si trattasse di un dogma di fede e come se questo partito non portasse avanti un programma politico ma un programma religioso, dall’altro la diaspora, ossia l’altrettanto dogmatica tesi della negatività di qualsiasi forma di unità e raccordo politico dei cattolici. Il primo atteggiamento non tiene conto della legittima discrezionalità del giudizio sull’appartenenza politica e stabilisce un nesso diretto ed obbligato tra appartenenza ecclesiale ed appartenenza partitica. Il rischio è che si faccia coincidere partito e Chiesa, che si delegittimino automaticamente pensieri politici diversi espressi comunque da cattolici, che si trasferiscano dentro la comunità ecclesiale contrasti di tipo politico. La seconda separa nettamente l’appartenenza ecclesiale con le forme della presenza politica, tra le quali invece c’è un profondo nesso dato che anche nelle scelte politiche si giocano significati assoluti. Uno degli aspetti più negativi della diaspora politica dei cattolici è proprio questo: si perde nella coscienza comune la consapevolezza del fatto che nelle scelte politiche si giocano significati assoluti e quindi che la religione cristiana è indispensabile anche per l’instaurazione dell’ordine temporale. (…) La diaspora, quindi, esclude Dio dall’ambito pubblico.

Il criterio più convincente potrebbe essere quello della “unità possibile”, laddove l’aggettivo possibile ha due significati: affermare che l’unità è fattibile, e che la si attuerà secondo il responsabile giudizio prudenziale relativo ai tempi, alle situazioni e alle scelte in gioco, ossia per quanto possibile, ma comunque cercando di volta in volta il massimo grado. L’unità possibile, come ho appena detto, è anche importante come segno visibile della dimensione storica e pubblica della religione cristiana, elemento che andrebbe dimenticato se nessuno nella politica effettiva vi si rifacesse esplicitamente non solo a titolo personale ma anche di gruppo. Si potrebbe forse adoperare qui il motto: in essentialibus unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas. Sulle questioni fondamentali ci vuole unità, nelle questioni dubbie è lecito adoperare il libero giudizio personale, in tutto ci vuole la carità.

Se ci sono in gioco valori umani fondamentali – i princìpi non negoziabili – i cattolici in politica dovrebbero essere uniti e collaborare insieme non tanto per difendere una opinione cattolica o interessi confessionali quanto per difendere una verità e un bene dell’uomo. Si badi però che non c’è modo migliore di difendere la verità e il bene dell’uomo se non anche difendendo la proposta cristiana e non si deve denunciare di confessionalismo con troppa facilità la richiesta di riconoscimento pubblico per la religione. (…) Troppo spesso siamo indotti ad accusare di gentilonismo” la richiesta pubblica di diritti religiosi. Si tratterebbe di nuovi Patti Gentiloni con i quali i cattolici trattano sul piano politico per la salvaguardia di alcuni loro interessi anziché fare proposte politiche incentrate sugli interessi di tutti. Spesso si dice anche che si tratta, in questi casi, di immaturità politica. Però bisogna anche riconoscere che in tante richieste di riconoscimento pubblico del cattolicesimo ci sono implicite rivendicazioni di autentici diritti umani. Se invece si tratta di problemi aperti a più soluzioni o perché il bene lo si può fare in molti modi o perché riguardano situazioni in evoluzione o infine perché la conoscenza della realtà è complessa ed è impossibile poter scegliere senza incertezza, allora è legittimo il pluralismo delle opinioni. In tutto, comunque, il cattolico in politica non deve mai dimenticare di esercitare la carità, intesa non solo come un atteggiamento morale e spirituale che si aggiunge all’agire politico, ma che anche lo rischiara e lo anima dall’interno. La carità fa capire meglio i doveri politici, ci aiuta a chiarire la distinzione tra le cose fondamentali e secondarie. La carità fa amare, ma con ciò fa anche vedere, perché l’amore ci fa conoscere meglio la realtà amata. La carità è sempre connessa con la verità.

Una carenza dottrinale

È logico che una unità politica sulle questioni fondamentali ha bisogno di essere costruita a livello prepolitico, e che ci deve essere una unità culturale prima ancora che politica. Dal problema dell’unità politica si passa quindi a quello dell’unità culturale. (…) Se nella società i cristiani rinunciano a produrre cultura, o la producono in forme ambigue, è logico che i cattolici in politica troveranno maggiore difficoltà a conseguire una unità possibile. Quanto abbiamo detto colloca in un rapporto particolare l’azione dei cattolici in politica, la cultura che i cattolici sanno fare nella società civile e la vita della comunità ecclesiale. Se tra questi tre elementi non si costruisce nessuna continuità, vale a dire se si pensa che la comunità ecclesiale non possa e non debba fare cultura, se si ritiene che i cattolici non debbano essere presenti nella società singolarmente e in modo organizzato per animarla anche culturalmente, finirà che i cattolici in politica saranno lasciati a se stessi. (…) In altre parole: la possibile unità dei cattolici in politica comincia molto prima della politica. Quando si vede che cattolici che hanno responsabilità dirette nel campo legislativo assumono atteggiamenti diversi davanti a leggi che contrastano con la legge morale naturale e su cui il Magistero si è inequivocabilmente pronunciato, non solo loro devono fare un esame di coscienza, ma con essi l’intera comunità ecclesiale, perché significa che qualcosa non funziona nella continuità tra comunità ecclesiale, animazione culturale della società e militanza politica. Con queste riflessioni si tocca un argomento ancora più fondamentale, che tuttavia esula, in un certo senso, dall’impegno diretto del cattolico in politica, anche se ha su di esso un’influenza determinante. Dietro la diaspora dei cattolici in politica c’è tutto quello che ho detto qui sopra, ma c’è soprattutto, alla fine, una carenza di tipo dottrinale. Significa che la dottrina della Chiesa non è convenientemente promossa e recepita, che i pastori non vengono adeguatamente accostati, che i teologi non operano tenendo conto della loro funzione ecclesiale, che le università cattoliche non producono una coerente cultura cattolica, che le librerie cattoliche non fanno il loro dovere di evangelizzazione tramite la cultura, che i centri culturali cattolici non operano in coerenza con il Magistero. Certamente non può essere il laico cattolico colui che agisce in questi nevralgici settori, però è chiaro che egli ne è il terminale ultimo e che la confusione dottrinale impedisce una unità possibile dei cattolici in politica, anche perfino sulle questione connesse con i princìpi non negoziabili. Anche in passato, infatti, sbandamenti dottrinali hanno poi prodotto divisioni e contrapposizioni sul piano della cultura politica.

O il matrimonio o le coppie di fatto

Ci può essere il caso in cui nessun partito risponda alle esigenze fondamentali – i valori non negoziabili – del cattolico in politica. Dovrà egli (…) abbandonare l’impegno politico? In questo caso bisogna condurre un serio discernimento. Prima di tutto bisogna valutare se il contrasto del partito con i valori non negoziabili sia di diritto o solo di fatto. Facciamo un esempio, che come tutti gli esempi forse banalizza troppo, ma speriamo possa essere utile. Tra un partito che contemplasse nel suo programma la difesa della famiglia fondata sul matrimonio e il cui segretario fosse separato dalla moglie e un partito che contemplasse nel programma il riconoscimento delle coppie di fatto e il cui segretario fosse regolarmente sposato, la preferenza andrebbe al primo partito. È infatti più grave la presenza di princìpi non accettabili nel programma che non nella pratica di qualche militante, in quanto il programma è strategico ed ha un chiaro valore di cambiamento politico della realtà più che le incoerenze personali. Nel caso in cui invece tutti i partiti fossero di diritto contrari ai princìpi non negoziabili al politico cattolico non resterebbe che fondare un altro partito. A meno che le indicazioni espresse dalla Chiesa in svariati documenti siano aria fritta.

Il Manifesto del Partito Nuovo

L’Italia ha bisogno di una profonda rigenerazione della fibra morale del Paese.

E’ giunto il tempo, ancora una volta, di fare appello alle sue migliori energie, alla responsabilità di tutte le persone libere e forti per ritrovare una identità comune a tutti gli appartenenti alla Repubblica italiana.

Non vi è altro modo di superare la profonda crisi politico-istituzionale, culturale ed economica che sta pregiudicando in modo irreversibile il futuro dell’Italia.

La cosiddetta “seconda Repubblica”,posto che sia mai nata, non ha saputo dare un’anima alla nostra democrazia.

Sintomo evidente di questa assenza è la crescente disaffezione delle persone alla vita e ai problemi della politica in quanto totalmente sganciati dalla ricerca del bene comune.

All’inizio del secolo la nuova formazione nasce quindi per proporre a tutti gli uomini liberi e forti un grande progetto politico: l’orizzonte di un nuovo partito moderato, popolare e liberale di Governo, fondato sui principi della Dottrina sociale cristiana.

E’ tempo di dare vita ad un nuovo soggetto nel quale i liberali, i popolari, i riformisti, i moderati ed i cristiani, che non si riconoscono nella attuale congiuntura politica, riscoprano la loro autentica identità e sappiano rispondere con senso di responsabilità alla necessità di aprire una nuova storia politica nel segno della tradizione come motore della innovazione.

Occorre quindi un nuovo Partito che:

-permetta di realizzare il fine ultimo della persona umana attraverso le istituzioni della Repubblica e le formazioni sociali in essa operanti;

-riconosca come elemento imprescindibile della sua azione l’identità cristiana;

-guardi al Partito popolare europeo come suo naturale riferimento nel contesto internazionale;

- rafforzi e promuova le autonomie regionali e territoriali secondo il principio di sussidiarietà.

In particolare i criteri fondativi del nuovo Partito saranno:

- la difesa della vita umana dal concepimento alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio, il valore della educazione e della libertà religiosa quali valori non negoziabili e fondativi della nostra identità

- l’istruzione e la cultura quali indispensabili ingredienti non solo dello sviluppo umanistico ed economico del Paese, ma quali imprescindibili strumenti per la appartenenza ad un popolo;

- il lavoro e l’impresa perché si possa inaugurare una nuova stagione nella quale, di fronte alla crescente deresponsabilizzazione della classe manageriale per ragioni territoriali e di globalizzazione finanziaria, sia sempre più applicato il principio per il quale la gestione dell’impresa deve tener conto degli interessi di tutte le categorie che la tengono in vita e non solo di quelli imprenditoriali;

- la giustizia, la legalità e la solidarietà indissolubilmente legate al rigoroso rispetto della dignità della persona umana per un Paese fondato sui diritti e sui doveri;

- l’ accoglienza quale cifra della civiltà di una Nazione in tempi di globalizzazione;

- la sussidiarietà come principio guida dei rapporti tra le istituzioni pubbliche e tra queste e la società civile.

PER QUESTI MOTIVI PROPONIAMO A CHI VORRA’ ADERIRE AL PARTITO NUOVO:

7 BUONE RAGIONI DA MEDITARE
7 proposte dotate ciascuna di 3 motivi di riflessione finalizzati alla “mission” del Partito Nuovo

  1. Come definire il Partito Nuovo?

    • Un Partito neo-riformista orientato alla costruzione del Bene Comune inteso come insieme delle condizioni che permettano di realizzare il fine ultimo della persona umana attraverso le istituzioni e le formazioni sociali di riferimento;

    • Un Partito che riconosce come imprescindibile la sua radice di identità cristiana così come prospettata dalla Dottrina sociale cristiana;

    • Un Soggetto politico che guarda al Partito Popolare Europeo come suo naturale interlocutore nel contesto dell’UE.

  2. A chi si rivolge il Partito Nuovo?

    • A chi non condivide l’attuale artificio del bipolarismo che ha come unico risultato l’esatto contrario di ciò che doveva combattere: la totale frammentazione del quadro politico.

    • Alla crescente massa di astensionisti, in particolare ai giovani, che non possono riconoscersi in proposte politiche calate dall’alto per un puro gioco di potere.

    • A coloro che credono nella politica come arte nobile e difficile, da esercitare senza badare al proprio interesse e vantaggio materiale.

  3. Quali sono gli obiettivi irrinunciabili del Partito Nuovo?

    • La Difesa della Vita dal concepimento alla morte naturale come Diritto fondamentale di ogni persona umana e come elemento indispensabile alla dinamicità di ogni società ordinata al Bene Comune.

    • La Tutela e Promozione della Famiglia, così come concepita dalla nostra Costituzione, come luogo privilegiato di apprendimento di relazioni personali e relazioni sociali.

    • La Garanzia della Libertà di educazione come garanzia primaria contro ogni forma di totalitarismo culturale e politico.

  4. Perché aderire al Partito Nuovo ?

    • Per offrire ai giovani la possibilità di “partecipare” senza dover attendere di essere cooptati dagli apparati di partito;

    • Per avere esperienza di una concreta Formazione politica Permanente nel Territorio.

    • Per partecipare alla creazione di una Nuova Classe Politica orientata al bene del Paese.

  5. Quali sono i criteri per possibili alleanze politiche del Partito Nuovo?

    • Alternativa alle attuali configurazioni politico – ideologiche della sinistra, dei difensori di un mercato privo di forme interne di solidarietà e degli avversari dell’unità nazionale.

    • Opposizione a tutte le forze culturali e politiche pregiudizialmente contrarie ai suesposti obiettivi irrinunciabili.

    • Apertura a tutte le forze culturali e politiche della “società civile” che si riconoscono nei suesposti contenuti del Partito Nuovo.

  6. Quale organizzazione per il Partito Nuovo?

    • Democrazia interna, improntata alla massima legalità formale e sostanziale, soprattutto per la scelta dei candidati a tutti i livelli, al fine di privilegiare al massimo il principio di responsabilità degli eletti.

    • Privilegiare una struttura più funzionale che gerarchica.

    • Potenziamento ed effettiva possibilità di produzione di documentazione di supporto.

7) Quale è la visione istituzionale del Partito Nuovo?

  • Un partito che persegua e promuova il rafforzamento delle Autonomie regionali

  • Un partito che persegua e promuova il massimo Decentramento secondo il criterio della sussidiarietà verticale;

  • Un partito che persegua e promuova il rafforzamento della collaborazione tra Istituzioni e Società civile secondo il criterio della sussidiarietà orizzontale.

Il Pdl, il governo e la paralisi. Il coraggio della verità

Un pensiero di Galli della Loggia per leggere il nostro tempo, per certi versi così simile al passato. E' tempo di prendersi la responsabilità di costruire alternative all'oggi, non foss' altro che quella di non tacere....
Buona lettura

IL PDL E LA PARALISI DI GOVERNO

Il Pdl, il governo e la paralisi. Il coraggio della verità

Che cos’altro deve succedere perché il Pdl si ricordi di essere, sia pur allo stato fantasmatico, un’entità che dice di essere un «partito»? Che cos’altro deve succedere perché i suoi deputati e senatori si accorgano che continuando così almeno la metà di loro non rivedrà mai più il Parlamento, e può considerare chiusa la propria carriera politica? Eppure, che la situazione della maggioranza sia sull’orlo del collasso è evidente a tutti, così come è altrettanto evidente che di questo passo rischia di subire un danno irreparabile l’immagine stessa del Paese e quel poco o tanto che resta del suo rango internazionale.

Non si tratta dell’avventurosa vita notturna del presidente del Consiglio, della quale egli mostra troppo spesso di sottovalutare i rischi. Fin dall’inizio ci siamo volenterosamente sforzati di dire che in fondo (e sia pure entro certi limiti) tutto questo riguardava la sua vita privata: convinti tra l’altro, come i fatti hanno finora dimostrato, che non sarebbe stato certo agitando tali argomenti che l’opposizione sarebbe mai riuscita ad avere la meglio. Né si tratta della ben nota disinvoltura istituzionale del premier: disinvoltura che spetterà al magistrato appurare se nell’ultima vicenda della ragazza marocchina abbia superato o no il confine della legge. No, non si tratta di tutto questo, o non solo di questo. E neppure tanto della paralisi dell’azione di governo, che pure è un dato reale. Si tratta del fatto che negli ultimi mesi è venuta meno nell’esecutivo qualunque capacità di direzione e di coordinazione, qualunque consapevolezza della quantità e della gravità dei problemi sul tappeto se non al livello della pura emergenza. Palazzo Chigi ha perduto la pur minima capacità di ascoltare e di rappresentare il Paese. L’Italia è — ed ancor più si sente — una nazione allo sbando. Chi ha la responsabilità di essere stato eletto dal popolo lo capisce? Ha gli occhi per vederlo?

È dunque inconcepibile che in una situazione del genere non si apra nel Pdl una discussione approfondita e senza riguardi per nessuno su quello che sta accadendo. Ripetere, come fanno un po’ tutti i suoi esponenti, che questo sarebbe il momento di «resistere », di «tener duro», di «restare uniti», è un vano esercizio retorico da assedio di Forte Alamo. Nella sostanza è puro nullismo politico. Per giunta all’insegna dell’ipocrisia, dal momento che è noto a tutti come, tra l’altro, proprio i «resistenti» più esagitati siano assai spesso quelli che, nei capannelli e dietro le quinte, vanno poi dicendo le cose peggiori sul conto del presidente del Consiglio, rivelando e stigmatizzando, quasi con sudicio compiacimento, le sue défaillance di ogni genere.

Non è più il tempo dei camerieri zelanti e bugiardi. È giunto il tempo della verità.

Se vuole avere ancora un qualche futuro politico, se non vuole ripetere in un registro grottesco la tragedia del Partito socialista nel 1992-1993, il Pdl deve dimostrare oggi— oggi o mai più — di volere, e di potere — essere un organismo politico reale. Fermandosi a considerare la propria storia e affrontando quei nodi che fin qui non ha mai voluto affrontare. C’è bisogno di ricordarli? Il ruolo, certamente decisivo ma a dir poco ingombrante del suo fondatore e capo, di Berlusconi; il modo di reclutamento e la qualità del suo personale politico, sempre cooptato e quasi sempre improbabile e raccogliticcio, quasi sempre privo di vera esperienza e di legami con l’elettorato (e in più di un caso anche di dubbia o accertata pessima origine); l’assenza patologica al suo interno di discussione e di decisioni collettive; l’ottuso compiacimento plebiscitario, il disprezzo plebeo per la costruzione di qualunque consenso che non sia quello da comizio. E infine il carattere e lo scopo del proprio programma, del proprio ruolo politico generale. Non si può campare in eterno sull’abolizione dell’Ici o sull’opposizione virulenta alla sinistra e alle procure della Repubblica. L’Italia ha bisogno di qualcos’altro. Di molto altro. Per tutto ciò è inevitabile dispiacere al Cavaliere? Certamente. Ma il destino di un’ormai lunga e importante avventura politica oggi si decide su questo e solo su questo: sulla verità e sul coraggio di dirla.

Ernesto Galli della Loggia